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Modello Eataly: scatta la contestazione dei centri sociali e dei piccoli agricoltori

Decine di giovani e contadini del circuito Terra Terra, hanno protestato davanti al centro commerciale di Farinetti: “Oltre che corta, la filiera sia anche responsabile e sociale”.

Piatti di pasta distribuiti all’ingresso di Eataly. Per far assaggiare ai clienti del colosso dell’agroindustria italiana, anche i prodotti dei piccoli contadini. Quelli esclusi dalla grande distribuzione e dalle sue regole e che per questo sono diventati “clandestini”. Scattata verso le 13.30, la protesta contro l’azienda di Farinetti si è sviluppata sul binario della contestazione verso un modello che, per i presenti, produce profitto per Eataly e precarietà per i suoi lavoratori.

PRECARIETA' E GRANDE DISTRIBUZIONE - “Dietro Eataly non c’è altro che un centro commerciale – premette un attivista di Terra Rivolta - nonostante si  nasconda dietro a  parole chiave come artigianalità, qualità del prodotto, eticità e quindi anche alzando il livello di confronto rispetto al mercato– premette un attivista di Terra Rivolta -  Poi però vi si annida la precarietà del lavoro e nessuna possibilità per il futuro in un contesto in cui il turn over è altissimo. Ma soprattutto mettiamo in discussione insieme ai contadini, a Genuino Clandestino ed a Terra Terra, la questione della qualità dei prodotti. A me poi – conclude l’attivista -  sembra che si stia più cercando di sviluppare un monopolio, che cercare di far crescere il prodotto locale italiano”.

TERRA TERRA - Ed  a proposito di produttori abbiamo parlato con Fabrizio,  che fa parte del circuito Terra Terra, “nato 10 anni fa dall’incontro tra una serie di piccole realtà contadine ed alcune realtà sociali cittadine, come il Forte Prenestino. Per difendere la piccola agricoltura contadina  - ci spiega Fabrizio - avevamo capito che dovevamo connetterci alle città, facendo capire ai suoi abitanti che la qualità del prodotto è un fattore importante. Da Bologna 10 anni fa è partita la campagna ‘Genuino Clandestino per la libera lavorazione dei prodotti contadini’ perché le piccole realtà, dovendosi attenere alle stesse regole dell’agroindustria, rischiano di sparire”.

LA TERRA BENE COMUNE - La clandestinità, ci spiega quindi il piccolo agricoltore “non è una scelta: non possiamo permetterci di mettere i nostri laboratori a norma, come avviene per le grandi catene industriali”. Ma c’è un altro aspetto che il progetto Genuino Clandestino vuol portare avanti. “Noi siamo contrari alla vendita della terra pubblica: nel Lazio si parla di 24mila ettari. Invece siamo favorevoli al fatto che siano date alle comunità locali, in grado di connettersi con realtà diverse, andando ad esempio a sostenere il settore della disabilità. Magari in un discorso di didattica ambientale con le scuole, cosa che fanno molte delle realtà del nostro circuito. Insomma, siamo per una filiera corta – conclude Fabrizio – ma che sia anche responsabile e sociale: non ne vogliamo fare un discorso di difesa corporativa. La terra per noi resta un bene comune”.  

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